Bif&est 2013: il Festival della democrazia culturale

Anche quest’anno (il quarto, per essere precisi) il Bif&st si avvia a conclusione. Un’edizione ricca e variegata, di cui gli addetti ai lavori (e anche il pubblico ovviamente) tracceranno un bilancio. Ho seguito diversi spettacoli e proiezioni, ma quello che mi preme è fare alcune considerazioni sul Festival in generale, soprattutto se paragonato ad altre manifestazioni italiane analoghe (Roma, Venezia ecc.). Non mi interessa l’aspetto politico ed economico, non in questo frangente almeno, per quanto fare cultura sia una forma di politica.

Il Bif&st è un festival della democrazia, prima ancora che del cinema. È un festival della cultura che si fa popolare, mantenendosi di grande qualità. Una manifestazione alla portata di tutti, benestanti e meno abbienti, uniti per una settimana in un vortice festoso, senza barriere, senza preoccupazioni, con il puro e semplice desiderio di vedere, capire, elevarsi e soprattutto partecipare. Mi viene spontaneo citare il signor G. e la sua ‘libertà è partecipazione’, perché è proprio questa l’essenza più vera e profonda del Bif&st: la libertà nell’accesso alla cultura, base del sistema democratico. Qualcuno dirà che mancano il glamour, il gossip, le passerelle. Ebbene, perché dispiacersene? Quelli li lasciamo volentieri ad altre manifestazioni, che di vero spirito culturale ormai hanno ben poco.

Libertà e partecipazione sono state proprio le cifre di quello che, a mio parere, è stato l’evento più bello, intenso e profondo di tutto il festival, vale a dire il ciclo di spettacoli andati in scena al Teatro Forma: letture/recitazioni di grandi testi della nostra letteratura da parte di alcuni tra gli attori più bravi del cinema italiano. Un esperimento pedagogico vero e proprio, che ha visto in Fabrizio Gifuni e la sua lettura di alcune opere di Carlo Emilio Gadda l’apertura di una quattro giorni intensa ed emozionante: una vera lezione di Letteratura Italiana, di quella materia unica e meravigliosa che rappresenta l’essenza della vita umana e che tutti, al di là della propria professione, dovrebbero conoscere per restare umani nel senso pieno del termine, mai come oggi. Uno spettacolo da far vedere nelle scuole, per formare i cittadini di domani, con passione e profondità.

Non da meno Alessio Boni e Marcello Prayer nel ‘Canto degli esclusi: concertato a due per Alda Merini’: una rappresentazione sensibile e profonda, che ci fa riflettere su come sia nell’escluso, nel folle, nell’emarginato che si trova lo sguardo più vero e acuto verso la realtà. È un insegnamento di grande attualità, in un mondo sempre più restio al confronto con il diverso da sé, paradossale nell’epoca della globalizzazione.

Dopo il concerto del Collegium Musicum, che ha proposto le colonne sonore di Nino Rota per i film di Federico Fellini (a cui quest’anno è dedicato il Bif&st), il ciclo si è concluso con la lettura di ‘Uno, nessuno e centomila’ per bocca (e corpo) di Luigi Lo Cascio: una riflessione acuta e ancora attualissima sull’esistenza e l’alienazione dell’uomo nel mondo moderno, che ci riguarda tutti, anche se troppo spesso non ce ne rendiamo conto.

L’unica pecca di questo formidabile progetto è stata la location: troppo piccola per assolvere alla funzione pedagogica intrinseca negli spettacoli. Ma è già qualcosa. Magari la prossima volta sarà pieno di scolaresche.

Bif&est 2013

A margine di questo post voglio riproporre la recensione che scrissi circa un anno fa per la rivista letteraria ‘Narrazioni’, diretta dal professor Vito Santoro, sugli spettacoli di Fabrizio Gifuni dedicati a Gadda e Pasolini e raccolti sotto il titolo Gadda e Pasolini: antibiografia di una nazione (da cui è in parte tratto il primo andato in scena al Teatro Forma):

Na specie de cadavere lunghissimo è il titolo di uno dei due spettacoli teatrali racchiusi nel cofanetto Gadda e Pasolini: antibiografia di una nazione (il secondo è L’ingegner Gadda va alla guerra o della tragica storia di Amleto Pirobutirro) di Fabrizio Gifuni e Giuseppe Bertolucci: un lavoro unico e particolare, nella struttura e nelle finalità. Ma è soprattutto una metafora precisa, cruda nella sua plasticità e nel suo realismo, di ciò che è l’Italia, di oggi come di ieri e forse addirittura di sempre: un Paese straziato, devastato dalla corruzione, dalla violenza del Potere, prima politico e poi economico, e dall’inettitudine delle classi dirigenti, dedite solo al proprio interesse particolare. Una definizione tratta dal poemetto di Giorgio Somalvico Il Pecora, che si intreccia ai testi del Pasolini corsaro e luterano e ricostruisce l’omicidio del poeta bolognese dal punto di vista dell’assassino Pino Pelosi, detto ‘la Rana’, in modo amaro, quasi grottesco e in un dialetto romanesco dai toni molto forti ed estremamente realistici, se si considera che l’autore è milanese (un punto in comune con la figura di Carlo Emilio Gadda, altro grande protagonista del progetto).

Grande protagonista dell’opera di Gifuni è senza dubbio il corpo: il cadavere Italia, come abbiamo detto, quello straziato di Pasolini, l’uomo immerso nella tragedia della Grande Guerra e la carnalità politica (o, per meglio dire, antipolitica) del Duce tratteggiati da Gadda, ma soprattutto il suo, che assume su di sé la sofferenza di un’intera società per trasmetterla al pubblico, con una gestualità a tratti esasperata, arrivando persino a denudarsi, quasi a dimostrare di non aver paura di ciò che dice, perché la verità sarà il suo abito più bello e protettivo.

E per rappresentare la tragedia italiana e trasformarla in un progetto pedagogico di grande intensità e passione civile, di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze, quell’antibiografia del titolo che Giuseppe Genna definisce, nel volume incluso nel cofanetto, situata “nel cerchio magico di una narrazione slogata, di una scena in cui si muovono spettri”, vale a dire i fantasmi delle nostre colpe di cittadini, Gifuni sceglie proprio due tra gli autori più critici e scomodi che il Bel Paese abbia avuto, sempre citati (spesso a sproposito) ma mai capiti fino in fondo, e li mette in scena, a distanza di qualche anno, dimostrando come le teorie pasoliniane sulla mutazione antropologica causata da quel nuovo e più violento Fascismo che è la società capitalistica (“la sacralità del consumo come rito e la merce come feticcio” che sostituiscono la religione, scrive Pasolini) siano terribilmente attuali e si saldino alla perfezione con l’esperienza gaddiana durante la Prima Guerra Mondiale (Giornale di guerra e di prigionia), in balia di capi politici e militari inetti e speculatori, e con la rappresentazione del Ventennio come follia collettiva fondata su una libido primordiale che attira le masse verso il Duce, in quel geniale pamphlet che è Eros e Priapo. Da furore a cenere. L’inserimento di alcuni passi dell’Amleto di William Shakespeare in L’ingegner Gadda va alla guerra o della tragica storia di Amleto Pirobutirro, inoltre, sottolinea ancor più il dramma dell’individuo davanti alla Storia e la sua solitudine, che si concretizza in una nevrosi perenne.

Un panorama tragico, che non sembra lasciare alcuna speranza per il futuro e che è fin troppo facile interpretare adesso come anticipazione di ciò che sarebbe accaduto nei decenni successivi. La saldatura del Pasolini corsaro e luterano e del Gadda di Eros e Priapo, vale a dire del potere mediatico ed economico e della politica fondata sull’adorazione anche sessuale della massa verso il capo che si è incarnata nella figura di Silvio Berlusconi, è un passato recentissimo e che oggi ci sembra improvvisamente lontano, ma del quale continuiamo a pagare le conseguenze e contro cui soprattutto non siamo ancora certi di aver sviluppato gli anticorpi.

Eppure la speranza c’è, se ancora si realizzano progetti culturali di tale spessore e con una grande valenza pedagogica. Il merito intrinseco di Gifuni (e della regia di Bertolucci), al di là delle sue straordinarie capacità recitative, è di aver reso fruibili a un ampio pubblico due autori complessi come Pasolini e Gadda, molto studiati ma ancora troppo spesso incompresi nella loro portata innovatrice e anzi accusati talvolta di conservatorismo, e di aver avviato una riflessione condivisa su temi di scottante attualità attraverso il recupero di una parte del patrimonio culturale del nostro Paese. Lo stesso Gifuni, nel saggio incluso nel volume, scrive: “Il teatro è anche uno degli ultimi luoghi dove si esercita ancora l’arte della memoria […] intesa come serbatoio di una coscienza storica collettiva. Per questo il teatro oggi fa più paura al potere”. E per questo la cultura è solitamente la prima vittima di un potere antidemocratico, sia politico, sia economico. Ma questo progetto dimostra che evidentemente gli anticorpi contro le manipolazioni della mente e la barbarie esistono nell’organismo Italia, è necessario soltanto diffonderli.