I giovani baresi alla riscossa su Facebook contro gli annunci di lavoro scorretti

Annuncio truffa

La disoccupazione giovanile in Italia è arrivata al 39,5%: lo certifica l’Istat con i nuovi dati diffusi oggi. Il lavoro è sempre più un miraggio, anche per chi è molto qualificato. Eppure un giorno ti arriva una telefonata a casa: “Salve, la nostra azienda leader nel settore X sta cercando personale amministrativo, di segreteria e magazzinieri per ampliamento dell’organico a Bari”. Caspita, che occasione! In questo periodo di crisi chiamano proprio te? Preso dall’entusiasmo, non ti chiedi come abbiano ottenuto il tuo numero, visto che non hai inviato alcun curriculum. Oppure lo hai inviato, rispondendo a un annuncio trovato su Internet o su un manifesto pubblicitario dal contenuto molto simile a quello della succitata telefonata, non molto chiaro ma ricco di promesse di lauti guadagni e rapide carriere. Ti fissano un colloquio (richiedendoti i dati personali e di portare un curriculum cartaceo. Ma come, non l’hanno già letto?) e ti presenti subito: l’ambiente è strano, spesso con una musica dance in sottofondo, e il selezionatore (quasi sempre una donna molto appariscente) non è molto chiaro nel dare spiegazioni, eccetto che sei proprio la persona giusta per ricoprire quel ruolo e che dovrai fare una giornata di affiancamento con un loro esperto che ti spiegherà il mestiere nel dettaglio. Ci credi, hai fiducia o forse sei solo spinto dalla disperazione di sbarcare il lunario ed emanciparti dai genitori. La mattina dopo ti presenti all’appuntamento e scopri la triste verità: ti caricano su un’auto, obbligandoti a firmare un foglio in cui rinunci ad essere riaccompagnato a casa se decidi di andare via dall’affiancamento prima della fine della giornata, e ti ritrovi in giro per la provincia a fare il venditore porta a porta dei prodotti più disparati, ovviamente solo a provvigione e a prezzi improponibili, da piazzare anche usando metodi poco educati: aspirapolveri, depuratori, contratti energetici e telefonici ecc. Insomma, un bel raggiro ai danni di tante persone disperate. Qualcuno ci è cascato e ha lavorato per un po’, fuggendo poi via inorridito e senza soldi; qualcun altro ha girato i tacchi. Me compresa. Ma tutti, o almeno moltissimi, alla fine sono arrivati sul gruppo Facebook ‘No al Kirby!’ (dal nome di un noto prodotto per anni trattato dai venditori porta a porta), nato circa quattro anni fa per raccogliere testimonianze  e scambiarsi informazioni su come difendersi da questi annunci e datori di lavoro scorretti, anche attraverso un vademecum (scritto da uno degli amministratori) su come riconoscerli immediatamente. Sia chiaro, non c’è niente di disonorevole nel mestiere di venditore porta a porta e rappresentante: ma bisogna mettere le persone in condizione di sapere per quale lavoro stanno realmente sostenendo un colloquio e dare quindi la possibilità di scegliere, senza sfruttare la disperazione altrui. Quasi 1.300 i membri, tutti con storie molto simili: l’area di provenienza è principalmente Bari e provincia, ma non manca qualcuno di altre regioni, quasi sempre meridionali, dove la fame di lavoro è maggiore. Sembra che le aziende criticate siano venute a conoscenza dell’esistenza di questo gruppo di mutuo soccorso, tanto da essersi spesso viste costrette a cambiare nome per non farsi riconoscere o a dare indicazioni stradali imprecise per evitare che si risalisse immediatamente alla loro identità. Se anche voi siete incappati in un’esperienza simile, raccontatela nel gruppo: ‘No al Kirby!’ è la dimostrazione che, se le istituzioni non ci tutelano, l’unione fa la forza, soprattutto tra i giovani, e che cambiare lo stato delle cose è non solo possibile, ma doveroso. Resta una domanda senza risposta: i portali di annunci di lavoro non sono obbligati da alcuna legge a verificare la correttezza di ciò che viene pubblicato?