Un vento di legalità per spazzare le mafie: anche a Bari c’è l’associazione Rita Atria

Rita Atria Bari

Rita Atria non aveva ancora compiuto diciotto anni quando, da siciliana che amava la sua terra e aveva sete di verità e libertà, decise di diventare testimone di giustizia e denunciare al magistrato Paolo Borsellino tutto ciò che sapeva sulle attività mafiose di Partanna, il suo paese natale. Attività mafiose come quelle del padre e del fratello, da cui le aveva apprese e che mai aveva condiviso. Voleva la verità sull’omicidio dei suoi cari e su quello della sua Sicilia, assassinata da secoli di lotte di potere, ancora oggi. La trovò in parte, ma trovò anche la morte: si uccise una settimana dopo la strage di via D’Amelio, in cui Borsellino, che per lei era ormai l’unico punto di riferimento, venne assassinato. Ma Rita vive ancora, nelle menti e nei cuori di coloro i quali hanno fondato l’associazione che porta il suo nome, nel 1994, per dare un senso alla frase ‘Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe’ (in riferimento a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino), come si legge nel sito ufficiale. Quasi vent’anni di attività capillare sul territorio, quotidianamente, e tanti risultati concreti. Da alcuni mesi l’associazione è arrivata anche a Bari, grazie alla sensibilità e alla tenacia di Claudio Altini, 26enne appassionato di legalità e questioni civili. Tante le attività organizzate in pochi mesi e ancora di più i progetti in cantiere. In questa intervista Claudio racconta come nasce e opera l’associazione Rita Atria nella nostra città, sempre più bisognosa di presidi di legalità e di cultura.

Quando e come nasce la decisione di portare a Bari l’associazione Rita Atria?

L’impulso a interessarmi di legalità nasce a circa 22 anni con la lettura di ‘Gomorra’ di Roberto Saviano. Da lì inizio ad approfondire l’argomento e vengo a conoscenza dell’associazione ‘Ammazzateci tutti’, con cui organizzo incontri nelle scuole e varie attività, fino a quando la coordinatrice nazionale, Rosanna Scopelliti, figlia del giudice Antonino ucciso dalla ‘ndrangheta nel 1991, si è candidata con il Pdl alle ultime elezioni politiche: un gesto che non potevo condividere perché si tratta di un partito che non ha mai avuto un occhio critico contro le mafie. Così, sempre per caso, entro in contatto via web con la fondatrice dell’associazione Rita Atria: mi piaceva ciò che facevano sul territorio, in modo concreto e non soltanto nei dibattiti, e quindi chiedo di poter aprire la sede barese; la fondatrice e il presidente nazionali, Nadia Furnari e Santo Laganà, sono venuti a conoscerci, per capire chi fossimo, e li ringrazio di cuore per averci dato la possibilità di portare questa splendida realtà nella nostra città. Dall’inizio di questa avventura, lo scorso febbraio, adesso siamo circa 15 attivisti. Li ringrazio di cuore, sono fantastici. Siamo fantastici.

Quali iniziative portate avanti e come operate concretamente? Che cosa deve fare chi desidera partecipare alle attività?

La particolarità dell’associazione Rita Atria è che, pur essendo principalmente un gruppo antimafia, si occupa anche di altre problematiche quali l’integrazione, il femminicidio, l’opposizione al MUOS (sistema satellitare statunitense che dovrebbe essere impiantato a Niscemi, in Sicilia) e in generale tutte le tematiche relative alla cittadinanza attiva. Fino ad oggi a Bari abbiamo organizzato vari presidi di legalità, come per esempio in favore dell’Artes Café dopo l’atto di vandalismo di qualche settimana fa, abbiamo collaborato alla raccolta firme per chiedere il permesso di soggiorno per il ragazzo senegalese Khadim che, nell’aprile scorso, sventò una rapina in un panificio del centro, abbiamo riportato l’attenzione sul drammatico caso di Palmina Martinelli, uccisa a Fasano circa trent’anni fa per essersi rifiutata di prostituirsi e abbiamo partecipato anche alla manifestazione in memoria della dottoressa Paola Labriola, uccisa da un paziente nell’ambulatoria Asl: tutte tematiche che girano intorno alla legalità, concetto più ampio della pura e semplice antimafia.

Per diventare socio, ci sono due condizioni fondamentali: il rifiuto di qualsiasi ideologia fascista e la voglia di essere indipendenti. Non usufruiamo di fondi e non ne vogliamo, ci autotassiamo con una quota associativa annuale di 10 euro e ci finanziamo con la vendita di magliette e dei ‘pizzini della legalità’, block notes che riportano storie di legalità.

Come valuti la lotta alla mafia, dal punto di vista culturale, che è stata condotta a Bari fino ad oggi? Che cosa si dovrebbe fare ancora?

Bari ha avuto la fortuna di avere un magistrato come sindaco e nei primi cinque anni di mandato è stata fatta una buona lotta culturale contro l’illegalità. Il problema della nostra città è che pecca di strutture. Non so se sia un problema di fondi, ma il bando per l’assegnazione dei beni confiscati non viene fatto da tempo e questi sono un’ottima sentinella per valutare la situazione della legalità sul territorio: potrebbero essere ben impiegati per prevenire la devianza, dandoli ad associazioni. L’altro grande problema di Bari è il disinteresse: la mentalità imperante è che, finché non ti toccano, il problema non ti riguarda o non esiste. La mancanza di fiducia nelle istituzioni e l’assenza di certezza della pena fanno il resto. La criminalità ha campo libero perché sul nostro territorio i cittadini alimentano le attività illegali (droga, prostituzione, gioco d’azzardo, rete dei parcheggiatori abusivi) ed è su questo che bisogna intervenire, creando un presidio di legalità in ogni quartiere e fornendo luoghi di aggregazione in cui discutere e scardinare questa mentalità e queste abitudini con il dialogo e il confronto. Mi piacerebbe molto organizzare più eventi nelle scuole per far capire ai ragazzi che, se acquistano il fumo, stanno finanziando chi vende le armi che uccideranno degli innocenti. La legalità passa soprattutto dalla cultura e, ahimè, non abbiamo da tempo un assessore alla Cultura.

Pensi che la gioventù barese sia a rischio mafia? Come valuti la proliferazione delle baby gang? E quale dovrebbe essere la priorità del prossimo sindaco su questi temi?

Sicuramente molti giovani baresi sono a rischio: è un problema culturale, causato anche dai modelli proposti dalla televisione, che spesso mostra malavitosi eroici o di successo. È questa l’idea da scardinare: bisogna dare una possibilità di riscatto alle fasce di popolazione a rischio. Proprio per questo, la priorità del prossimo sindaco dovrebbe essere quella di avere un assessore alla Cultura capace di riempire le piazze di persone e di eventi formativi e culturali: si è visto infatti che, dove l’amministrazione ha abbandonato la città (le piazze Mercantile, Umberto I, Battisti, il quartiere Libertà), si è avuta un’escalation di violenza. Riempire le strade di cittadini, invece, porta sicurezza e controllo sociale. L’altra priorità dovrebbe essere la dotazione di un piano per l’assegnazione e la riqualificazione dei beni confiscati, da destinare alle associazioni di cittadinanza attiva.

Avete avuto supporto da parte delle istituzioni? Ne avreste bisogno?

Non vogliamo supporto economico o patrocinio per le nostre attività, non ci interessa. Dobbiamo sottolineare però la disponibilità del Comune nei nostri confronti, ogni volta che lo abbiamo interpellato. Ci piacerebbe, invece, che il Comune istituisse un tavolo di confronto sulla legalità con le associazioni, da convocare periodicamente, per interfacciarsi in modo migliore e pianificato.

C’è qualche aneddoto curioso nel percorso dell’associazione, positivo o negativo, che vuoi raccontare?

Beh sì, qualcuno c’è, a cominciare dalla reazione che spesso hanno le persone quando sentono parlare dell’associazione: “Ma chi te lo fa fare” è la frase ricorrente. Qualcuno però, dopo aver ascoltato chi siamo e che cosa facciamo, resta colpito e decide di partecipare. Al presidio in favore dell’Artes Café, dopo l’atto di violenza di qualche settimana fa, abbiamo radunato circa 150 persone in poche ore su Facebook: qualcosa vorrà dire. Qualcuno, invece, preferisce restare ostaggio dei pregiudizi: durante la raccolta firme alla Facoltà di Giurisprudenza per chiedere il permesso di soggiorno per Khadim, una ragazza, che si era avvicinata per capire cosa stessimo facendo, ci disse, senza nemmeno ascoltare la spiegazione: “Gli immigrati sono tutti uguali, tutti ladri”. Peccato.

Quali sono i vostri prossimi progetti?

Abbiamo in cantiere varie iniziative: stiamo collaborando con il Comitato di Piazza Umberto I perché vorremmo organizzare una Festa dei Popoli con gli immigrati che quotidianamente si radunano nell’area e daremo il via a una serie di ‘aperidog’, momenti di socializzazione tra padroni e cani per sensibilizzare la cittadinanza sul tema delle zoo mafie, di cui si parla pochissimo, nonostante la Puglia sia al secondo posto in Italia per questo genere di reati; portiamo avanti il progetto di un laboratorio teatrale sulla storia di Rita Atria con ragazzi a rischio; vorremmo collaborare con OrtoCircuito (collettivo barese che promuove il recupero di aree incolte per farne orti urbani) per coinvolgere le fasce deboli in progetti di cura del verde urbano.

Rita Atria Bari

Manifestazione per ricordare Paola Labriola

Rita Atria Bari

Presidio all’Artes Café (con la partecipazione di Pietro Petruzzelli)

Rita Atria Bari

 Manifestazione antifascista

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